Vedere con mano

La fruizione della scultura

  

Siamo sicuri che una scultura debba essere fruita solo con gli occhi? o piuttosto, in quanto forma tridimensionale dotata di una massa, di un volume e di una superficie materica, non necessiti, per essere colta nella sua interezza, anche dell’intervento del tatto e che dunque solo la sinergia tra vista e tatto può sviluppare tutta la carica estetica di una scultura?

 

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Mentre le riflessioni teoriche sulla pittura e sull'architettura sono state numerose quasi in ogni epoca, quelle sulla scultura solo a tratti e con lunghi intervalli di silenzio hanno prodotto risultati significativi, e persino questi ultimi sono spesso poco noti.

 

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E’ il neoclassicismo a contribuire in modo decisivo ad una vigorosa ripresa dell’attenzione, anche teorica, verso l’arte scultorea e Johann Gottfried Herder ne è il principale artefice.

 

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La riluttanza a considerare la percezione tattile come una sensazione atta alla fruizione estetica condiziona in modo evidente tutte le considerazioni sulla comprensione della scultura. Il pensiero che la fruizione estetica sia legata ad un fatto puramente mentale, alla interiorità del fruitore, implica che per una piena comprensione dell’opera vi sia un distacco dalle cose fruite e che non vi sia nessuna implicazione del corpo. Ritenere il tatto un senso assolutamente inadeguato a veicolare esperienze estetiche è il naturale corollario di questo atteggiamento teorico.

 

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Siamo sicuri di poter ricreare con la vista le sensazioni di sfioramento del nostro corpo con un altro corpo, animato o inanimato che sia?

 

Siamo sicuri di riuscire a percepire con la sola vista l’infinità variabilità dei volumi, delle loro rotondità, delle loro spigolosità?

 

Siamo sicuri che guardare una cosa frontalmente e contemporaneamente sfiorare con le mani le parti nascoste non arricchisca le nostre sensazioni e percezioni?

 

Siamo sicuri che mettere a confronto la percezione visiva con la percezione tattile di un medesimo oggetto non accresca la conoscenza di noi stessi e della cosa vista e toccata?

 

Siamo sicuri che inibendoci la possibilità di provare nuove sensazioni non inibiamo anche i nostri processi cognitivi?

 

Non usare il tatto ci arricchisce o ci depriva?

 

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Per Susanne Langer lo spazio scultoreo è uno spazio tattile

 

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Il tentativo più organico di elaborare un’estetica della scultura fondandola sul rapporto che quest’arte ha con il tatto è stato, nel corso del Novecento, quello compiuto dal critico inglese Herbert Read.

 

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il mondo delle immagini, immagini della televisione, della carta stampata, del web, susseguendosi con un dinamismo esasperato, induce distacco e assuefazione. La realtà, così percepita, infatti, è e rimane una realtà distante, mai coinvolgente, che esclude la nostra interiorità, la nostra individualità e narcotizza i nostri bisogni di relazione. Gli stimoli ripetuti incessantemente senza soluzione di continuità inducono stanchezza, rifiuto e passività diffusa.

 

 

 

(leggi tutto nell'allegato)

Alberto Argenton

 

quid manibus, si nihil comprehendendum est?

Cicerone

 

 ComprehendÄ›re l’arte plastica

 

Questo testo è stato scritto con un triplice intento: fermare sulla carta, e perciò nella memoria, cercando di dar loro organicità, le principali impressioni ricevute durante una esperienza preziosa – nel senso di cognitivamente arricchente – a me occorsa- compiere alcune osservazioni attinenti a quel che di significativo in quell’occasione mi è accaduto; formulare qualche considerazione di carattere generale relativa all’ambito teorico a cui quell’esperienza rimanda e che concerne il problematico tema della percezione tattile o, meglio, della percezione aptica-  e del ruolo che tale tipo di percezione svolge nella fruizione delle opere plastiche e nella fruizione estetica più in generale.

(leggi tutto nell allegato)

 

Toccare rinvia al linguaggio dei sensi e dell'individuo, ma dell'individuo che cerca di garantire l'esistenza dell'altro e, facendo ciò, la propria.

Toccare un altro significa nello stesso tempo provare la propria esistenza. Attraverso il tatto noi affermiamo pertanto la nostra esistenza irrimediabilmente singolare e plurale. Aggiungiamo che, trattandosi del tatto, il linguaggio non è mai veramente metaforico; l'emozione che si prova quando si è “toccati” assume una connotazione fisica: gli occhi si bagnano, il cuore batte più forte, lo stomaco si chiude.......

 

Marc Augé, “Saper toccare”, Mimesis - Milano- Udine 2017